SALUTE PLANETARIA
Riflessioni per un futuro sostenibile
A cura di Federico Serra
Autori
Angelo Avogaro - Cattedra di Malattie del Metabolismo, Università degli Studi di Padova; Coordinatore EUDF Italia
Raffaella Bucciardini - Direttore della Struttura di Missione “Disuguaglianze di Salute”, Istituto Superiore di Sanità
Riccardo Candido - Presidente Nazionale dell’Associazione Medici Diabetologi
Stefano Capolongo - Direttore del Dipartimento di Architet-tura, Ingegneria delle Costruzioni e Ambiente Costruito (ABC) del Politecnico di Milano
Paolo Ciani - Deputato, Segretario della XII Commissione permanente della Camera dei Deputati (Affari sociali), Presidente Intergruppo Parlamentare sulle Allergie Respiratorie
Claudia Cirillo - Director, Thomas Jefferson University Italy, Rome, Italy
Elisa Conticelli - Professoressa Associata di Tecnica e Pianificazione Urbanistica, Dipartimento di Architettura, Alma Mater Studiorum - Università di Bologna
Gilberto Corbellini - Dipartimento di Medicina Molecolare, Sapienza Università di Roma
Lucio Corsaro - Founder Bhave
Claudio Cricelli - Presidente emerito della Società Italiana di Medicina Generale (SIMG), già Chairman European Medical Association GPs
Alessandro Di Menno Di Bucchianico - Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, Roma
Francesco Dotta - Dipartimento di Scienze Mediche, Chirurgiche e Neuroscienze, Università di Siena
Marco Falcone - Clinica delle Malattie Infettive, Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale, Università di Pisa
Caterina Formichi - Dipartimento di Scienze Mediche, Chirurgiche e Neuroscienze, Università di Siena
Valentina Galfo - Università di Pisa | UNIPI · Department of Translational Research on New Technologies in Medicine and Surgery
Antonio Gaudioso – Esperto di politiche sanitarie
Andrea Lenzi - Professore Emerito in Endocrinologia, Sapienza Università di Roma; Presidente Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze della Vita della Presidenza del Consiglio dei Ministri; Presidente dell’Health City Institute
Emanuele Lettieri - Professore Ordinario di Value-Based Innovation in Health Care, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio “Digital Health”, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio “Life Science Innovation”, Politecnico di Milano
Guido Quintino Liris - Senatore, Medico, Presidente Intergruppo Parlamentare per la Prevenzione delle emergenze e l’assistenza sanitaria nelle aree interne, Membro della 5a Commissione permanente del Senato (Bilancio)
Simona Loizzo - Deputato, Medico, Presidente dell’Intergruppo Parlamentare Sanità Digitale e Terapie Digitali, Membro della VII Commissione (Cultura, scienza e istruzione), della XII Commissione (Affari sociali) della Camera dei Deputati e della Commissione Parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere
Beatrice Lorenzin - Senatrice, Presidente dell’Health and Science Forum
Carlo Lunetti - Medico in formazione specialistica in Igiene e Medicina Preventiva, Università Vita-Salute San Raffaele, Milano
Ignazio R. Marino - Membro del Parlamento Europeo, Professor Emerito di Chirurgia, Sidney Kimmel Medical College, Thomas Jefferson University, Philadelphia, USA
Giulia Marzani - Assegnista di Ricerca, Dipartimento di Architettura, Alma Mater Studiorum - Università di Bologna
Fabio Mazzeo - Giornalista e Scrittore
David Napier - Dipartimento di Antropologia, University College London
Giuseppe Novelli - Università degli Studi di Roma Tor Vergata; Università del Nevada, Reno (USA)
Mario Occhiuto - Senatore, Architetto, Urbanista e Presidente dell’Intergruppo Parlamentare Qualità di Vita nelle Città
Fausto Orsomarso - Senatore, Membro della 6a Commissione permanente (Finanze e tesoro) del Senato, Presidente della Fondazione South-Italy
Vincenzo Paglia - Presidente della Pontificia accademia per la vita e Presidente dell’Osservatorio sulla Salute come bene comune
Fabio Pagliara - Presidente della Fondazione SportCity
Luca Pani - Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, University of Miami
Roberto Pella - Deputato, Presidente f.f. ANCI
Giuseppe Remuzzi - Direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, IRCCS; Vicepresidente Italian Institute for Planetary Health
Walter Ricciardi - Direttore dell’Osservatorio sulla Salute come bene comune, Direttore del Dipartimento di Scienze della Salute della Donna, del Bambino e di Sanità Pubblica della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS – Università Cattolica del Sacro Cuore, Roma
Luca Richeldi - Professore Ordinario di Malattie dell’Apparato Respiratorio dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Pneumologia del Policlinico Gemelli
Marco Salvini - Senior Director External Affairs di Novo Nordisk
Giovanni Satta - Oculista, Membro della X Commissione permanente del Senato (Affari sociali, sanità, lavoro pubblico e privato, previdenza sociale), Presidente dell’Intergruppo Parlamentare Prevenzione e Cura delle Malattie degli Occhi
Daniela Sbrollini - Senatrice, Vicepresidente 10a Commissione permanente del Senato (Affari sociali, sanità, lavoro pubblico e privato, previdenza sociale)
Vincenzo Scotti - Economista e Politico
Andrea Segrè - Professore ordinario di Economia circolare e politiche per lo sviluppo sostenibile, Alma mater Studiorum-Università di Bologna, direttore scientifico dell’Osservatorio internazionale Waste Watcher-Campagna Spreco Zero
Chiara Sgarbossa - Direttrice dell’Osservatorio “Digital Health”, Direttrice dell’Osservatorio “Life Science Innovation”, Politecnico di Milano
Carlo Signorelli - Ordinario di Igiene, Università Vita-Salute San Raffaele, Milano; Presidente Association of the Schools of Public Health in the European Region
Simona Tondelli - Professoressa Ordinaria di Tecnica e Pianificazione Urbanistica, Dipartimento di Architettura, Alma Mater Studiorum - Università di Bologna
Gianluca Vaccaro - Methodological Advisor Bhave, So-cio-logo Asp di Catania
Ketty Vaccaro - Responsabile area salute e welfare CENSIS, Membro del board dell’Health City Institute
Paolo Veneri - Direttore dell’Area di Scienze Sociali e Professore Ordinario di Politica Economica, Gran Sasso Science Institute, L’Aquila
Prefazione
Orazio Schillaci, Ministro della Salute
Come la salute della Terra sia connessa in modo indissolubile alla salute dell’uomo è un tema recentemente conquistato al dibattito pubblico. Allo stesso modo, fa parte della storia degli ultimi anni il modo in cui lo strettissimo rapporto esistente fra la salute umana, quella animale e l’ambiente è diventato il fulcro di quella visione One Health, indicata ormai a livello internazionale come l’approccio integrato necessario per tutelare non solo il nostro benessere, ma la nostra sopravvivenza.
L’evidenza di questi temi, e l’urgenza delle questioni da affrontare alla luce di questa nuova consapevolezza, oggi sono tali da far dimenticare spesso come questo cambiamento culturale sia avvenuto in un tempo tanto ristretto.
Il senso di responsabilità nei confronti delle nuove generazioni e la necessità di costruire la sostenibilità futura del mondo che abiteranno – nonché del servizio sanitario su cui potranno contare – ci chiamano a un impegno forte per modificare le tendenze degli ultimi decenni e per contrastare in modo efficace i rischi per la salute che derivano dall’inquinamento, dalle scelte legate alla produttività e ai consumi, dall’uso inappropriato di farmaci e da stili di vita da correggere. Mai come oggi si è avvertita l’urgenza di un approccio olistico che punti concretamente a una salute globale e che adesso deve trasformarsi da “visione” a vera e propria “strategia”.
Lo stesso concetto di One Health, coniato durante la Conferenza di Manhattan del 2004, quando la Rockefeller University vide riuniti leader mondiali, società civile ed esperti di sanità pubblica, è stato a lungo concepito quasi esclusivamente in termini di connessione tra salute umana e animale. Bisognerà arrivare fino al 2019 perché i “12 Principi di Manhattan” siano aggiornati e ampliati, e poi alla pandemia da COVID-19 che con il suo impatto spingerà ad allargare ulteriormente gli orizzonti.
Questa nuova sfida, di enorme portata, si accompagna al bisogno di un dibattito aperto, in grado di rafforzare le sinergie indirizzate verso una salute circolare. A tale riflessione questo volume fornisce un apporto di idee ampio, con contributi autorevoli provenienti dal mondo della politica, della scienza, della medicina, in un’ottica multidimensionale. Si tratta di una riflessione che oggi può estendersi anche alla pianificazione urbana, territoriale, produttiva e dei trasporti, e che deve interrogarsi su come sfruttare al meglio il potenziale tecnologico e informatico per salvaguardare l’integrità del pianeta.
In questo percorso il Ministero della Salute ha avuto un ruolo quasi pionieristico, affiancando fin dalla sua istituzione la tutela della salute umana e quella veterinaria. Oggi l’approccio One Health sostanzia tutte le nostre politiche e a esso è stata improntata la stessa riorganizzazione del Ministero, che ha previsto l’istituzione di un “Dipartimento per la salute umana, la salute animale e dell’ecosistema (One Health)”. E ancora, è su una visione One Health che si concentra il Piano Nazionale della Prevenzione 2020-2025 così come la Missione 6 Salute del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.
La partita non è però una di quelle che si giocano da soli. Quest’anno, nel corso della Presidenza italiana del G7, l’Italia ha fatto perno su una visione One Health per sollecitare tutti gli Stati su tre priorità di sanità pubblica, connesse al cambiamento climatico, all’inquinamento e alla perdita di biodiversità, all’invecchiamento attivo e alla lotta all’antimicrobico-resistenza. Nel frattempo, progettiamo di strutturare una prima “Survey nazionale One Health” per analizzare l’implementazione delle azioni poste in essere per l’interfaccia salute, ambiente e clima.
Sia a livello nazionale sia internazionale il lavoro è avviato, ma la riflessione deve restare aperta e oltrepassare anche le linee fin qui stabilite, finché non sia raggiunto l’obiettivo della “Salute in tutte le politiche pubbliche”.
Prefazione
Gilberto Pichetto Fratin, Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica
Perché in questo momento storico sentiamo il bisogno, in qualità di accademici, comunicatori, giornalisti e politici, di riflettere su un argomento da cui può dipendere la sopravvivenza della nostra specie e il futuro della vita sul pianeta?
Perché di questo confronto c’è bisogno e ampliare il dibattito sul tema del Planetary Health ospitando contributi di pregio provenienti dal mondo della politica, della medicina, dell’ingegneria e delle scienze ambientali è il modo giusto per guardare alle sfide che abbiamo davanti.
Questo libro accompagna il lettore in un viaggio attraverso le varie fasi che hanno portato alla nascita del tema ambientale sui tavoli internazionali: dalle prime conferenze sul clima fino ad arrivare ai più vicini effetti della globalizzazione, alle abitudini di consumo, il problema dei rifiuti, l’inquinamento nelle grandi aree urbanizzate e i rischi per la salute dei cittadini, la perdita di biodiversità.
Temi complessi, raccontati con un linguaggio semplice e con un approccio multidimensionale che non vuole generare allarmismi, ma lascia al lettore lo spazio per una valutazione autonoma e consapevole del processo di analisi e degli interventi di “problem solving” esposti dai relatori.
L’umanità ha ancora la possibilità di modificare il trend degli ultimi decenni in quanto dispone dei mezzi necessari per fermare l’aumento delle temperature e avviare il processo di decarbonizzazione, come sottolineato durante la “COP28” di Dubai nel 2023 alla presenza delle maggiori potenze energetiche mondiali e ribadito dalla firma della Carta di Venaria durante il “G7 Clima, Energia e Ambiente” di Torino ad aprile 2024.
Per concentrarsi sui pericoli reali legati al cambiamento climatico e all’inquinamento è necessario che tutti i Paesi mettano da parte le idee del passato che dividevano il mondo in confini politici e interessi economici, adottando un modello di sviluppo sostenibile globale che riduca le emissioni di CO2 e il volume dei rifiuti prodotti grazie all’economia circolare.
Non possiamo permetterci di perdere tempo, perché in gioco c’è la salute dei cittadini e dell’ambiente dove viviamo, quindi la sopravvivenza stessa dell’umanità.
Il Governo ha affrontato questi temi, con la responsabilità di prendere delle decisioni in un momento delicato per il nostro Paese e per la Comunità europea. Da poco usciti dalla pandemia da COVID-19, il rapido peggioramento della crisi in Ucraina scoppiata con l’invasione russa ha portato insieme alle sanzioni internazionali un pericoloso aumento dei prezzi del gas e delle materie prime strategiche, bloccando così le tradizionali vie di approvvigionamento energetico e mettendo in difficoltà l’economia.
Abbiamo diversificato le forniture consolidando i rapporti con nuovi partner commerciali nell’area del Mediterraneo e fatto dei passi importanti verso una transizione energetica che includesse il solare e l’eolico, energie rinnovabili viste non più come semplici alternative al fossile ma come risorse su cui fare affidamento, insieme all’idrogeno e al potenziale ritorno dell’energia prodotta dalle nuove tecnologie legate al nucleare.
In conclusione, questi avvenimenti ci hanno insegnato quanto può diventare fragile l’economia di un Paese, che seppur inserito in un contesto globalizzato ma non mettendo in atto strategie di sviluppo sostenibile nel proprio territorio, avrà difficoltà a rimanere in piedi in caso di necessità.
Su questo punto, l’Italia ha dato dimostrazione di grande resilienza e volontà supportata anche da un uso intelligente dei fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e dalla cooperazione con i partner europei al fine di indicare un percorso verso un futuro sostenibile ed esportare anche un modello semplice da replicare per altri Paesi e realtà extra UE, come stiamo facendo con i Paesi africani nel “Piano Mattei”.
La salute del pianeta, il progresso e il benessere della nostra comunità nazionale non sono cose diverse e separate, ma viaggiano assieme. Questo libro aiuta a vedere quanto sia unica e alta la sfida che dobbiamo sostenere e come ciascuno di noi possa dare il proprio contributo per costruire un domani migliore.
PREFAZIONE
Natalità, invecchiamento e salute planetaria
Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia accademia per la vita e Presidente dell’Osservatorio sulla Salute come bene comune
L’inverno demografico
L’“inverno demografico” è un’espressione usata per descrivere un calo significativo delle nascite, accompagnato da un aumento dell’età media.1 È la realtà che vive l’Italia ormai da diversi decenni. Viviamo più a lungo, ma nascono meno bambini; la popolazione anziana è aumentata, sia come conseguenza della denatalità sia dell’aumento delle aspettative di vita.
Esistono però sia una demografia sia una mentalità specifiche del nostro tempo. La prima si esprime con una vittoria da valorizzare: circa 30 anni di vita guadagnati negli ultimi due secoli, il raggiungimento di una nuova stagione della vita, con la possibilità di accedere a uno spazio inesplorato da riempire di contenuti e nuove ambizioni. Il secondo aspetto da considerare è quello della mentalità: viviamo in una società povera di sogni, ripiegata nelle paure, con poco spazio per la crescita dei giovani e sempre meno nascite. Viviamo in una società focalizzata sul passato o immersa in un presente individualismo. E se per gli anziani siamo riusciti a pensare solo alla pensione, cosa possiamo proporre ai 14 milioni di ultra sessantacinquenni che abitano oggi l’Italia?
Un abbraccio agli anziani
Un abbraccio agli anziani potrebbe essere la risposta al preoccupante aumento della denatalità. Un abbraccio a simbolo di un rapporto intergenerazionale che può costituire una potente risposta umana e sociale, da promuovere e incoraggiare a tutti i livelli. Per esempio, la giornata con il Papa dei nonni e nipoti ha mostrato tutta la forza di questo ritrovarsi, che costituisce un incoraggiamento per entrambe le generazioni. La Legge 33,2 che mira a semplificare le attuali politiche per gli anziani e a promuovere il coordinamento dell’assistenza a loro rivolta, che ho personalmente promosso, favorisce proprio questi aspetti, dove bisogna investire maggiormente. Inoltre, non dobbiamo dimenticare che gli anziani non sono un peso per la società, ma una grande opportunità anche economica, come nodo di incontro e promozione di green economy, volta a migliorare il benessere attraverso lo sviluppo sostenibile e l’equità sociale, e silver economy, rivolta a migliorare i servizi a disposizione di una popolazione più longeva. Gli anziani rimangono, inoltre, una fonte di supporto per i giovani e preservano la memoria storica del Paese.
La salute planetaria, la salute di tutti
Il cambiamento climatico e le zoonosi, causate dalle attività antropiche, hanno portato a riconsiderare lo stretto legame tra la salute dell’uomo, dell’animale e dell’ambiente, ed evidenziano profonde disparità esistenti a livello sociale, con ripercussioni più gravi sulle popolazioni vulnerabili, come gli anziani.3 L’adozione di pratiche sostenibili è stata individuata come componente essenziale della risposta all’innalzamento delle temperature in diversi campi. Gli anziani possono rappresentare tra i maggiori promotori di questo cambiamento in quanto avvezzi alla dieta mediterranea basata sui principi della sostenibilità, con consumo limitato di proteine animali, grassi e alimenti supertrattati, a favore della salute umana e planetaria.4 Inoltre, la popolazione più longeva è più vicina a pratiche sostenibili, come evitare sprechi di cibo, riciclare capi di abbigliamento e cucinare cibo fresco. Questi valori possono essere ripercorsi e trasmessi alle nuove generazioni.
Per evitare le disparità e sostenere appieno la popolazione più longeva, si dovrebbe inoltre transitare dal modello incentrato sulle cure negli ospedali, ormai anacronistico e dispendioso, a uno orientato sul supporto della comunità e le cure domiciliari. La tecnologia può rivestire un ruolo chiave sotto diversi aspetti, come il telemonitoraggio, che offre la possibilità di seguire i pazienti da remoto. Queste opportunità devono estendersi a tutti, incluse le aree a bassa densità abitativa o i piccoli comuni, sebbene si debba sempre considerare che la rete digitale funziona solo se supportata da un’analoga rete umana in grado di mediare il rapporto con le persone. Un altro aspetto sociale fondamentale è la famiglia e il ruolo della “famiglia di sangue” che è ormai ridimensionata. In Italia ci sono 7 milioni di famiglie unipersonali che invecchiano, e occorre proporre una nuova possibilità di convivenza e contatto, magari intergenerazionale, una famiglia di amici a supporto dell’individuo. Il cohousing potrebbe essere un’opportunità per la lotta contro la solitudine e a favore di una maggiore assistenza.
L’inverno demografico ci ha portato a riconsiderare i rapporti tra nascite, invecchiamento e salute planetaria. Occorre inventare con fantasia una nuova società basata su rispetto e solidarietà tra comunità e generazioni, unita dall’obiettivo comune di salvaguardare la salute dell’uomo, di tutte le età, e del pianeta.
Bibliografia
1.Istat. Rapporto Annuale 2023. La situazione del Paese. https://www.istat.it/storage/rapporto-annuale/2023/Rapporto-Annuale-2023.pdf
2.Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana. Legge 23 marzo 2023, n. 33. Deleghe al Governo in materia di politiche in favore delle persone anziane. https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2023/03/30/23G00041/sg
3.Italian Institute for Planetary Health. Il cambiamento climatico in Italia: l’impatto sulla salute umana e i processi di adattamento. Lo scenario italiano alla luce del documento “Climate Change Is A Health Crisis’ − Health Messages From The IPCC Sixth Assessment Report”. 22 luglio 2022. https://assets-global.website-files.com/5eea2efbaac9091a52bc9645/62da8fb383203615a91fd16b_Report%20Def%20WEB.pdf
4.Willett W, Rockström J, Loken B, et al. Food in the Anthropocene: The EAT–Lancet Commission on healthy diets from sustainable food systems. Lancet 2019;393(10170):447-92.
Introduzione
Federico Serra, Segretario Generale dell’Osservatorio sulla Salute come bene comune, Direttore Generale Planetary Health Inner Circle
Nel marzo di quest’anno, il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres, in occasione della pubblicazione del Sesto Rapporto IPCC, era stato inequivocabilmente chiaro: «In tempi rapidi, il nostro pianeta ha bisogno di un’azione risoluta per il clima, da attuarsi su tutti i fronti – ovunque, e rapidamente». Ma, chi realizzerà questa azione?
Per Guteress l’umanità è come se fosse seduta su una lastra di ghiaccio sottile – e quel ghiaccio si sta sciogliendo rapidamente – e come spiega il rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), gli esseri umani sono responsabili di quasi tutto il riscaldamento globale degli ultimi 200 anni.
Il tasso di aumento della temperatura nell’ultimo mezzo secolo è il più alto degli ultimi 2.000 anni e le concentrazioni di anidride carbonica sono ai massimi livelli da almeno 2 milioni di anni a questa parte.
Dobbiamo essere consapevoli che la bomba a orologeria climatica rapidamente avanza ed è pronta a esplodere se non facciamo qualcosa di concreto.
Il rapporto dell’IPCC è una guida pratica per disinnescare questa bomba, è una guida di sopravvivenza per l’umanità e ci mostra che il limite di 1,5 °C è raggiungibile. Ma ci vorrà un salto di qualità nell’azione dei governi e di ogni singolo individuo su tutti i fronti: tutto, ovunque, tutto in una volta.
Il nostro mondo sta affrontando il momento più cruciale e precario da generazioni. Le persone vengono colpite da un cambiamento climatico incontrollabile. Entro il 2050, la popolazione mondiale si avvicinerà ai 10 miliardi. L’azione, o l’inazione, di tutti i Paesi determinerà se ogni membro della nostra famiglia umana potrà vivere in modo sostenibile e pacifico, su un pianeta sano.
Incremento demografico e crisi climatica possono diventare una miscela esplosiva in grado di produrre effetti devastanti sul nostro futuro. L’innalzamento delle temperature, dovuto a politiche ottuse da parte di alcuni membri del G20, ovvero le più forti economie del mondo, potrebbe portarci a vere catastrofi naturali e sociali, da dove tornare indietro sarebbe difficile.
Un pianeta a differenti velocità, dove i Paesi più ricchi generano il problema e quelli più poveri ne patiscono le conseguenze.
Nove dei dieci Paesi più vulnerabili dal punto di vista climatico sono nell’Africa subsahariana, la cui popolazione dovrebbe raddoppiare entro il 2050 e dare vita a fenomeni di migrazione climatica incontrollabili e devastanti sui sistemi socioeconomici e sulla salute degli individui.
Quando si ragiona di Planetary Health, bisogna essere consapevoli che l’impegno non può essere delegato ma deve coinvolgere tutti noi nell’ottica del bene comune.
A Margaret Mead, grande antropologa americana del Novecento, durante una lezione una studentessa le chiese quale fosse secondo lei il primo segno di sviluppo culturale in una civiltà. Probabilmente tutto il pubblico si aspettava che la risposta fosse uno strumento per approvvigionare il cibo, come un amo da pesca o un’arma di pietra per la caccia.
Margaret invece disse che l’origine di una civiltà era indicata dal ritrovamento di un osso fratturato e poi rinsaldato, segno di cura e di attenzione per gli altri.
Tra gli animali una zampa fratturata significa la morte, perché un individuo non può più cacciare, né fuggire da un predatore. Nessun animale, perciò, sopravvive abbastanza a lungo per permettere a un arto di rinsaldarsi.
Al contrario, un femore o un altro osso che è guarito è la prova che un altro individuo ha assistito chi si è infortunato, lo ha aiutato a curare la ferita, l’ha portato in un luogo protetto e lo ha accudito fino alla guarigione. Quindi, il primo segno di una civiltà è l’aiuto reciproco nelle difficoltà.
Dobbiamo imparare da questa osservazione per considerare che il “femore rotto” oggi è la perdita di biodiversità, l’innalzamento delle temperature, il mancato accesso alle cure in molte parti del modo, l’aumento delle zoonosi, tutti fattori che rendono fragile il sistema sociale e che necessitano di una risposta comune.
Il concetto di One Health e la connessione tra mondo umano e quello animale, non è un concetto astratto, ma un fatto concreto che fa sì che il contesto dove viviamo è un sistema connesso e globale.
Deve fare riflettere quanto pubblicato recentemente dalla stampa internazionale, su Scientific Reports, riguardo uno studio condotto da ricercatori del Development and Evolution of Cognition Research Group del Max Planck Institute of Animal Behavior di Konstanz assieme ai colleghi del Department of Biology, Graduate Program, Faculty of Biology and Agriculture della Universitas Nasional di Jakarta.
Lo studio fa riferimento a quanto osservato da loro nel giugno 2022, quando il team di ricercatori notò un comportamento mai osservato prima nel mondo animale: un orango di Sumatra, di nome Rakus, si è autocurato una ferita utilizzando una pianta medicinale.
Nel Parco Nazionale Gunung Leuser, una riserva della foresta pluviale sull’isola indonesiana occidentale di Sumatra, gli scienziati hanno sentito dalle cime degli alberi una serie di “lunghi richiami”, un comportamento che di solito rileva nei primati comportamenti di dominanza o aggressività maschile. Il giorno successivo, videro Rakus con una ferita aperta sulla guancia destra, appena sotto l’occhio, segno di una lotta avvenuta all’interno di una colonia di oranghi.
Giorni dopo, il team ha osservato Rakus mettersi al lavoro, raccogliendo e masticando gli steli e le foglie di Akar Kuning (Fibraurea tinctoria), o radice gialla. La pianta è una vite rampicante originaria della regione che la popolazione locale utilizza per le sue qualità medicinali per trattare condizioni come il diabete, la dissenteria e la malaria.
Anche se non è certo un alimento base della dieta degli oranghi (il team ha notato che la radice gialla viene mangiata solo lo 0,3% delle volte), Rakus la consumava comunque. L’orango la masticò, senza deglutirla, poi ne sparse i succhi e l’impiastro sulla ferita, dove avevano cominciato ad accumularsi alcune mosche. Rakus tornò alla pianta il giorno successivo e la mangiò, e presto la sua ferita fu completamente guarita.
Isabelle Laumer, autrice dello studio, commentando con National Geographic quanto notato su Rakus, ritiene che questa sia la prima osservazione di un animale selvatico che tratta la sua ferita proprio con una pianta medicinale.
Ci sono voluti cinque giorni, dopo il trattamento, perché la ferita si chiudesse e gli scienziati non hanno riscontrato segni di infezione dopo un mese. La ricerca sulla chimica della radice gialla ha dimostrato che la pianta ha proprietà antibatteriche, antinfiammatorie, antifungine, antiossidanti, antidolorifiche e anticancerogene.
È difficile comprendere da dove Rakus abbia imparato a curarsi e a riconoscere i benefici di una pianta medicinale nel curare la propria ferita e se è qualcosa tramandata all’interno degli esemplari del gruppo.
Quello che colpisce è osservare l’esatta percezione che il primate ha avuto delle proprietà curative della pianta e della tecnica da utilizzare, e come curare e prendersi cura non fa parte solo della componente umana.
Allora bisogna comprendere al meglio come le sfide ambientali, quali la crisi climatica, la perdita di biodiversità, l’inquinamento e la deforestazione, possano avere un impatto sulla salute umana, e trovare soluzioni sostenibili per affrontare queste sfide. La salute planetaria si basa sull’idea che la salute delle persone è intrinsecamente legata alla salute dell’ambiente in cui si vive, e quindi è importante adottare un approccio integrato per affrontare le sfide globali che minacciano entrambi.
La Dichiarazione di São Paulo sul Planetary Health del 2021, dice che ogni persona, in ogni luogo, con ogni vocazione, ha un ruolo da svolgere nella salvaguardia della salute del pianeta e delle persone per le generazioni future.
Un invito che raccogliamo e che questo libro, che ha coinvolto politici, esperti, accademici e ricercatori, vuole trasformare da pensiero in azione, consapevoli che, come dice Marshall McLuhan, «Non ci sono passeggeri sulla Nave Terra. Siamo tutti parte dell’equipaggio».
PREMESSA
La cultura e la salute planetaria
David Napier, Dipartimento di Antropologia, University College London
Il “quarto mondo” della salute planetaria
Nel 1991 ho partecipato a un’assemblea sulla salute ambientale, la biodiversità e il sapere delle popolazioni indigene a St. George’s House, vicino al castello di Windsor, nel Regno Unito. L’iniziativa era stata organizzata dall’urgente necessità di preservare il sapere delle popolazioni indigene, definito il “quarto mondo”, essenziale per la conservazione e la gestione dell’ambiente, ma in rapida dissoluzione. L’evento era stato organizzato da Crispin Tickell, un ex ambasciatore britannico pioniere nell’ambito del cambiamento climatico, che rivestì nel 1992 un ruolo fondamentale durante il vertice delle Nazioni Unite per l’ambiente a Rio de Janeiro.
I partecipanti all’assemblea erano politici provenienti dal Regno Unito, esponenti di diverse industrie ed esperti in etnobiologia. L’obiettivo era quello di integrare il sapere indigeno nelle strategie ambientali globali. Durante il periodo di pre-consultazione, incontrai James Lovelock, il fondatore dell’ipotesi Gaia.1 Lovelock era convinto che gli approcci scientifici moderni fossero limitati e che fosse indispensabile attuare un sustainable retreat, o “ritiro sostenibile”, un termine da lui stesso coniato. Il ritiro sostenibile, a differenza della moderna spinta verso la globalizzazione e la continua crescita economica, predilige modelli basati sull’importanza dell’ecologia e di pratiche sostenibili. Lovelock era un sostenitore dell’importanza della creatività e indipendenza di pensiero come strumenti chiave per sviluppare idee innovative e anticonformiste in grado di risolvere i problemi ambientali. Le teorie di Lovelock sottolineavano anche l’importanza di ridurre l’impronta ecologica e la necessità di rivedere i processi di industrializzazione e urbanizzazione. Lo slancio verso la crescita economica conduceva, secondo Lovelock, a consumi e sprechi, che non solo influiscono sulle risorse disponibili, ma anche sulla possibilità di rispondere alla crisi ambientale.
Le idee di Lovelock rimangono di importanza cruciale per la salute del pianeta, nel sostenere lo sviluppo di un equilibrio tra attività antropomorfiche e sostenibilità ambientale.
Entro la fine del 1980, e sicuramente entro la fine del nostro incontro a St. George’s House, si erano delineate le due fazioni a favore dell’unità della diversità umana: la prima a sostegno della globalizzazione e dello sviluppo sostenibile a livello globale, la seconda dell’autopoiesi. Secondo quest’ultima, il tentativo di unificazione a livello globale avrebbe messo a rischio l’autonomia delle popolazioni e della loro diversità, generando conformità o isolamento.
Verso un governo planetario?
Il 26 aprile 1986 un reattore nucleare esplose a Chernobyl, in Ucraina, generando l’inizio del peggiore disastro nuclea-re nella storia.2 L’esplosione rilasciò quantità elevate di materiale radioattivo nell’ambiente, trasportate dai venti attraverso tutta l’Europa del Nord e nel mondo. La Norvegia è stato uno dei Paesi maggiormente colpiti: forti piogge e nevicate causarono la contaminazione radioattiva da cesio della vegetazione su cui pascolavano le renne, parte fondamentale della dieta e della cultura del popolo indigeno dei Sami. I Sami consumavano in media circa 50 kg di carne di renna all’anno, a differenza degli 0,5 kg consumati dai norvegesi. Per rispondere alla contaminazione radioattiva, il governo norvegese nel novembre del 1986 innalzò temporaneamente i limiti di sicurezza per le radiazioni negli alimenti dai 600 Bq/kg, come raccomandato dall’Unione europea, a 6.000 Bq/kg, etichettando la carne a rischio di contaminazione più elevata come adatta solo per consumo da parte di anziani. Questa misura di sicurezza temporanea, sebbene conseguenza delle possibilità risolutive limitate da parte dei governi nell’immediato, ha generato nel tempo un profondo impatto per i Sami: attualmente, meno del 10% della popolazione Sami è impegnata nell’allevamento delle renne. L’incidente di Chernobyl ha evidenziato le sue implicazioni non solo per la salute pubblica, ma anche per le pratiche culturali e di gestione ambientale.
Nel marzo del 2011, l’incidente di Fukushima ha portato a considerare nuovamente i rischi legati alla produzione di energia nucleare, con la conseguente dismissione dei reattori nucleari da parte di alcune nazioni, tra cui la Germania nel 2023. E sebbene il governo della Norvegia abbia fatto il possibile per promulgare leggi risolutive, questi incidenti con conseguenze a lungo termine sia per l’umanità sia per l’ambiente hanno sottolineato la necessità di un nuovo approccio per la salute planetaria, forse anche di più di malattie infettive, come il COVID-19, o come l’antibiotico resistenza. Per quanto difficili possano sembrare le sfide ambientali e sanitarie, rimane tuttavia compito e responsabilità dei governi di sviluppare soluzioni a tutela della popolazione.
Da dove viene la salute planetaria?
Nel novembre 2014, la rivista scientifica The Lancet ha pubblicato un articolo sull’impatto delle pratiche sociali e culturali sulla salute.3 La pubblicazione, frutto di una collaborazione tra 54 esperti facenti parte della “Commissione Lancet su Cultura e Salute” durata 3 anni, propone una panoramica sull’intricata influenza della cultura sulla salute e sui sistemi sanitari. L’articolo sulla sua copertina riporta la citazione «la sistematica negligenza della cultura nell’ambito della salute e dell’assistenza sanitaria rappresenta l’ostacolo più grande al progresso e al miglioramento della salute a livello mondiale». Questa affermazione evidenzia il ruolo fondamentale che la comprensione della cultura riveste nell’ambito della salute globale.
Partendo dalla considerazione che le istituzioni sanitarie non sono solo degli ambienti clinici, ma anche entità culturali, uno dei messaggi principali della Commissione Lancet è che queste istituzioni potrebbero non necessariamente allinearsi con i bisogni del pubblico o con programmi futuri in grado di andare oltre alle singole preoccupazioni per il proprio sostentamento. Le risorse vengono infatti molto spesso distribuite in maniera poco efficiente. Le patologie non trasmissibili, che possono essere causate da stili di vita non salutari, come quelle cardiovascolari, il diabete e l’obesità, superano attualmente le malattie trasmissibili in termini di mortalità e morbilità, sebbene i dati clinici non vengano interpretati sulla base del ruolo dell’esperienza vissuta nell’esperienza della malattia e sulla consapevolezza di come le persone gestiscono la loro salute al di fuori del settore sanitario e nella vita privata.
Il diabete è un esempio di come i fattori culturali possono intensificare una crisi sanitaria. Nel 2014, se il diabete fosse stato una nazione, sarebbe stata la quarta più grande del mondo per popolazione. Questa analogia sottolinea le dimensioni dell’epidemia di diabete su scala globale e l’inadeguatezza dei trattamenti disponibili, che rimane sotto al 30% anche nei Paesi con fondi adeguati per il sistema sanitario.
Il peso economico dell’assistenza sanitaria non è migliorato, ma è in molti casi peggiorato. Per esempio, secondo i dati dell’Organizzazione Physicians for a National Health Program,4 negli Stati Uniti c’è stata una crescita sproporzionata negli impiegati nell’amministrazione sanitaria, con il numero di amministratori sanitari aumentato del 3.200% tra il 1975 e il 2010, rispetto a un aumento del 150% dei medici. Questa espansione delle professioni amministrative spesso significa dare priorità alle esigenze finanziarie e operative delle istituzioni rispetto alla cura dei pazienti, un dilemma che si è chiaramente manifestato anche durante il primo periodo della pandemia da COVID-19, quando in alcuni Paesi le mascherine protettive disponibili venivano assicurate prima agli amministrativi che agli operatori sanitari a contatto con i pazienti.
Le conclusioni della Commissione Lancet su Cultura e Salute evidenziano e sostengono la necessità di una profonda riconsiderazione di come le conoscenze culturali vengono incorporate nei sistemi sanitari, e invita a un miglioramento nell’integrazione della cultura nell’ambito della salute per migliorare la comunicazione con i pazienti, la continuità di trattamenti e, più in generale, il benessere. La Commissione Lancet ha anche sottolinea-to la necessità di politiche sanitarie che si estendano oltre all’ambito sanitario, in quanto la maggior parte dei determinanti della salute è influenzata da fattori al di fuori dell’ambiente strettamente medico. Per esempio, la pianificazione urbana, le politiche sociali e le strutture comunitarie influenzano profondamente i comportamenti della salute. Per affrontare questi problemi a livello di sistema, i membri della Commissione Lancet hanno descritto l’importanza di adottare un approccio “salute in tutte le politiche”, menzionando come esempio il programma italiano Health City Manager, che propone di integrare considerazioni sanitarie in ogni aspetto della gestione della salute urbana e nell’elaborazione di nuove politiche.
In breve, qualsiasi appello di riconsiderare il benessere dell’umanità – che è la nostra necessità di essere culturalmente competenti, di rimodellare il benessere della comunità, di risolvere le disuguaglianze sanitarie e di intraprendere azioni dirette contro l’esclusione sanitaria – può essere soddisfatto solo attraverso l’attenzione alla salute planetaria come risultato sia della cultura sia della salute.
Ripristinare la moralità
Il messaggio di Re Carlo (allora principe) in occasione della giornata della Terra nel maggio 2020 rifletteva sull’idea di Aristotele che ciò che fa prosperare o decadere il mondo è lo stesso che fa prosperare o decadere una persona: «se guardiamo alla Terra come se fosse un paziente, possiamo vedere che le nostre attività hanno danneggiato il suo sistema immunitario e lei ha lottato per respirare e prosperare a causa della pressione esercitata sui suoi organi vitali». Questa idea si basa sulla nozione che il pianeta ha bisogno di un aiuto per difendersi, come il corpo ha bisogno dell’immunità.
L’analogia è tuttavia incompleta, in quanto la realtà è complicata quanto il funzionamento del sistema immunitario, che include però anche una complessa rete di cellule e segnali in continuo adattamento verso stimoli interni ed esterni. Questa complessità ci può aiutare a capire appieno la complessità delle dinamiche ambientali. Il sistema immunitario non si difende solo da agenti patogeni, ma impara e si adatta, come le società si adattano ai cambiamenti ambientali. Applicando questo esempio, la sostenibilità globale non riguarda solo la prevenzione del danno, ma anche il favorire la creazione di un ambiente dove il pianeta e i suoi abitanti possono prosperare attraverso una coesistenza in grado di mutare e adattarsi ai cambiamenti.
Durante la pandemia da COVID-19, risposte diverse e spesso contraddittorie alla diffusione del virus hanno dimostrato come le società moderne spesso reagiscano alle crisi in modo isolato piuttosto che utilizzare strategie basate sulla cooperazione e l’integrazione di diversi ambiti, e in grado di considerare gli impatti sia sulla società sia sull’ambiente. La chiusura delle frontiere nazionali e la distribuzione non omogenea delle risorse mediche, come vaccini e dispositivi di protezione individuale, hanno rivelato una tendenza a proteggere gli interessi immediati a discapito del benessere globale. Questi approcci localizzati hanno spesso intensificato l’impatto della pandemia, in quanto le risposte non coordinate non sono state in grado di contenere il diffondersi del virus in maniera efficace.
Tutte le misure di risposta alla pandemia avrebbero dovuto includere un impegno attivo, in grado di costruire resilienza contro possibili emergenze future. Un’organizzazione completa non implica infatti solo una preparazione del sistema sanitario, ma anche un rafforzamento dei legami comunitari e della cooperazione internazionale. Alcune delle risposte alla pandemia sono state rapide ed efficaci, come lo sviluppo dei vaccini a mRNA che ha dimostrato il potenziale di sfruttare conoscenze scientifiche e comunitarie per affrontare efficacemente le sfide globali.
Alcune misure di risposta alla pandemia hanno apportato anche un aumento di sorveglianza e controllo, creando preoccupazioni inerenti alla limitazione delle libertà civili e all’estensione di queste misure in periodi successivi alla crisi. Questi eventi devono essere accuratamente monitorati per evitare che, in nome della salute, si giustifichi il superamento delle autorità dei governi che potrebbe alterare permanentemente l’equilibrio tra salute pubblica e libertà individuali. Per evitare queste possibili problematiche, è necessario un approccio integrato tra politica sanitaria e ambientale che riconosca l’interconnessione tra le azioni umane, la salute ecologica e il benessere sociale. Questo approccio dovrebbe abbracciare la diversità, non solo biologica ma anche culturale e politica, e promuovere sistemi che siano flessibili e reattivi sia alle esigenze umane sia a quelle ambientali.
In conclusione, dobbiamo ripensare al nostro approccio verso la salute planetaria e pubblica in modo che sia meno incentrato sull’ostilità e maggiormente sulla collaborazione. La salute del pianeta e la salute dell’umanità non sono sfide separate, ma sistemi interconnessi che richiedono soluzioni integrate. Adottando questa prospettiva, possiamo sperare di affrontare le cause più profonde del degrado ambientale e delle crisi sanitarie, creando società sempre più sostenibili e resilienti.
Bibliografia
1.Lovelock J. Gaia, a new look at life on earth. Oxford; New York: Oxford University Press, 1979. https://archive.org/details/gaianewlookatlif00loverich/page/n5/mode/2up
2.Petryna A. Life exposed: Biological citizens after Chernobyl. Princeton: Princeton University Press, 2002. https://press.princeton.edu/books/paperback/9780691151663/life-exposed
3.Napier AD, Ancarno C, Butler B, et al. Culture and health. Lancet 2014;384(9954):1607-39.
4.Cantlupe J. Expert Forum: The rise (and rise) of the healthcare administrator. Athenahealth, 7 novembre 2017. https://www.athenahealth.com/knowledge-hub/practice-management/expert-forum-rise-and-rise-healthcare-administrator
PREMESSA
Dall’Olocene all’Antropocene
Walter Ricciardi, Direttore dell’Osservatorio sulla Salute come bene comune, Direttore del Dipartimento di Scienze della Salute della Donna, del Bambino e di Sanità Pubblica della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS – Università Cattolica del Sacro Cuore, Roma
L’Antropocene: la nuova realtà
L’epoca geologica dell’Olocene, iniziata circa 11.000 anni fa con il ritiro dei ghiacciai sulla Terra, ha accolto lo sviluppo della società moderna e ospitato l’intera storia dell’uomo. Sebbene caratterizzata per la maggior parte da un clima stabile, con variazioni nella temperatura della superficie terrestre oscillanti tra i ‒0,2 °C e i +0,2 °C, le condizioni sono tuttavia profondamente cambiate dal 1850 circa, quando la temperatura della superficie terrestre ha cominciato ad aumentare in maniera pronunciata a causa dell’influenza dell’uomo sull’ambiente.
Gli effetti sinergici di combustione di fonti di energia fossile, la globalizzazione e lo sfruttamento intensivo delle risorse ambientali hanno causato aumenti significativi nella concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera rispetto al periodo preindustriale, con un incremento della temperatura di +1,2 °C dal 1850 a oggi. Le ripercussioni di questi cambiamenti sono evidenti in ogni angolo del pianeta e si manifestano, per esempio, nell’aumento di intensità e frequenza di eventi meteorologici o climatici estremi, nell’aumento degli incendi o della siccità, o nell’emergere di nuove epidemie a livello globale. Le conseguenze imminenti e quasi inarrestabili includono anche la perdita della biodiversità, con una estinzione stimata di almeno il 15% delle comunità vegetali e animali a oggi conosciute,1 e cambiamenti significativi nel mondo e nella realtà come la conosciamo oggi.
Il riconoscimento dell’influenza antropica, superiore a ogni fattore di natura ambientale, sull’ecologia globale ha trovato una nuova denominazione che sancisce l’inizio di una nuova era geologica, l’“Antropocene” o “uomo recente”.2 Sebbene il cambiamento climatico sia stato oggetto di interesse e preoccupazione da parte della comunità scientifica a partire dagli anni Cinquanta e Sessanta, solo a partire dagli ultimi anni è riuscito a fare parte del dibattito pubblico e a essere preso in seria considerazione dagli esponenti politici. Gli accordi di Parigi del 2015 tra i membri dell’Unione europea si sono focalizzati sul rafforzare e coordinare la risposta a livello globale ai cambiamenti climatici verso uno sviluppo più sostenibile. I principali obiettivi degli accordi, di mantenere la temperatura media mondiale al di sotto di 2 °C rispetto ai livelli preindustriali, limitandoli a 1,5 °C, e di promuovere la resilienza climatica diminuendo le emissioni di gas entro il 2030, non stanno seguendo però la traiettoria prestabilita,3 con preoccupanti aumenti delle temperature ogni anno, in eccesso tra i 3 °C e i 5 °C in questo secolo.
Focus: Il passaggio dall’Olocene all’Antropocene
Il passaggio dall’Olocene all’Antropocene rappresenta una transizione significativa nella storia geologica della Terra, che riflette il ruolo dominante dell’umanità nel plasmare il nostro pianeta. Ecco una panoramica del concetto e del passaggio dall’Olocene all’Antropocene:
1.Olocene: l’Olocene è l’epoca geologica attuale, che inizia circa 11.700 anni fa, dopo la fine dell’ultima era glaciale. Durante l’Olocene, l’umanità ha sperimentato un notevole sviluppo culturale, tecnologico e civile. Tuttavia, la nostra specie ha avuto un impatto sempre più significativo sull’ambiente naturale, alterando i paesaggi, sfruttando le risorse naturali e influenzando i cicli biogeochimici.
2.Antropocene: Il termine “Antropocene” è stato coniato per la prima volta nel 2000 dal Premio Nobel per la Chimica Paul Crutzen e dallo scienziato ambientale Eugene F. Stoermer per descrivere un’epoca geologica in cui l’attività umana è diventata la forza dominante che modella il sistema Terra. Questo termine è stato adottato e dibattuto all’interno della comunità scientifica per descrivere il periodo in cui le attività umane hanno lasciato un’impronta geologica misurabile e duratura sul nostro pianeta.
3.Fattori dell’Antropocene: ci sono diversi fattori che caratterizzano l’Antropocene e la distinguono dall’Olocene:
−Aumento della popolazione: la crescita demografica senza precedenti ha portato a un aumento della domanda di risorse naturali e all’espansione delle attività umane su scala globale.
−Industrializzazione: l’industrializzazione ha portato a un consumo di risorse su larga scala, a un aumento delle emissioni di gas serra e all’inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo.
−Globalizzazione: la globalizzazione ha favorito lo scambio di merci, persone e idee su scala globale, aumentando l’interconnessione tra le società umane e l’impatto sulle risorse naturali.
−Cambiamento climatico: le emissioni di gas serra dall’attività umana hanno causato un riscaldamento globale senza precedenti, influenzando il clima e i sistemi naturali in modi significativi.
−Perdita di biodiversità: l’Antropocene è caratterizzato anche da una rapida perdita di biodiversità, causata principalmente dalla distruzione dell’habitat naturale, dall’inquinamento e dall’introduzione di specie invasive.
4.Riconoscimento scientifico: mentre il concetto di Antropocene non è ancora formalmente accettato come un’epoca geologica ufficiale dalla Commissione Internazionale di Stratigrafia, sempre più evidenze scientifiche supportano l’idea che l’attività umana abbia avuto un impatto così significativo sull’ambiente da meritare un riconoscimento geologico formale.
In sintesi, il passaggio dall’Olocene all’Antropocene rappresenta un importante cambiamento nella storia geologica della Terra, segnando il momento in cui l’umanità è diventata la forza dominante che modella l’ambiente planetario. Questo ci sfida a prendere consapevolezza del nostro ruolo e delle nostre responsabilità nel gestire e proteggere il nostro pianeta per le generazioni future.
Il futuro del pianeta e dell’umanità
L’umanità si dirige verso un cambiamento climatico globale sempre più importante e sempre meno reversibile. Il disastro ecologico dovuto al collasso della biodiversità, sia nel regno vegetale sia animale, causato dal cambiamento climatico antropogenico potrebbe essere, proseguendo al ritmo attuale, più vicino di quanto atteso. Estinzione di specie e profondi cambiamenti nell’ecosistema e nel suo funzionamento costituiscono un rischio per l’umanità intera, una crisi planetaria, che coinvolge la totalità del pianeta e dei suoi abitanti.
«Oggi non viviamo un’epoca di cambiamenti, ma un cambiamento d’epoca», ha detto Papa Francesco. Per tutelare la nostra salute e il nostro futuro come abitanti del pianeta occorre partire dalla consapevolezza dei rischi che stiamo correndo se non cambiamo traiettoria e dalla volontà di attuare un cambiamento radicale per cambiarla. Modificare i sistemi di produzione per renderli sostenibili, diminuire le immissioni di gas atmosferiche e cessare la deforestazione sono alcune delle condizioni indispensabili per invertire questa tendenza negativa e devono essere perseguite e attuate attraverso azioni concrete da tutti i Paesi a livello globale.
Secondo il documento “Climate Change Is A Health Crisis”4 realizzato dall’Italian Institute for Planetary Health, l’Italia è uno dei Paesi in Europa più colpiti da incendi, con più alta desertificazione e siccità, e ondate di calore frequenti. Le conseguenze sulla salute vengono maggiormente sentite dalla popolazione vulnerabile, come anziani, bambini e individui già affetti da patologie. Il cambiamento climatico potrebbe avere un impatto sempre più evidente sulla capacità dei sistemi sanitari di provvedere livelli assistenziali adeguati, influendo profondamente sulle regioni più povere di risorse. Calamità naturali estreme sono inoltre associate a una maggiore incidenza di problematiche di salute mentale, come stress o ansia. Il sistema sanitario italiano, che nasce e si sviluppa come universalistico, deve essere rafforzato per affrontare questo incremento di bisogni sanitari e consentire il supporto medico a tutti i cittadini. Questo consentirebbe, inoltre, di prevenire ed evitare disuguaglianze sanitarie.
I cittadini, il motore
I cittadini, oltre ai rappresentanti politici, sono ora più coscienti di quanto sta accadendo al loro pianeta e dei rischi che stanno correndo per la loro salute e per il loro futuro, sia attraverso l’informazione sia attraverso la loro esperienza in prima persona. In molte parti del mondo, per esempio, si stanno raggiungendo limiti fisiologici di sopportazione umana al calore, fortemente sentiti dalla popolazione. Le alte temperature hanno provocato un aumento della mortalità e morbilità, con una traiettoria crescente. Inoltre, temperature più calde sono associate a una diminuzione della produttività lavorativa. Questa consapevolezza ha reso la salvaguardia della salute una responsabilità e un impegno comune e della società nel suo insieme come abitante del pianeta. Per attuare un cambiamento di rotta e concretizzare le azioni necessarie a rallentare il cambiamento climatico e cercare di revertire i danni all’ambiente, la consapevolezza da parte dei cittadini che la posta in gioco è il futuro dell’umanità riveste un ruolo fondamentale. Occorre che i cittadini superino una visione individualista e accomodante della realtà per accettare la presenza di un grave rischio per loro e per le generazioni future. Le comunità devono mobilitarsi e unirsi in una missione comune, e sviluppare una coscienza civica, superando le barriere legate alla disinformazione. Il COVID-19 ha dimostrato come conoscenze non corrette possano instaurare comportamenti sbagliati, a discapito della comunità stessa. I cittadini devono rendersi partecipi del proprio destino ed essere in grado di interpretare realtà complesse, caratterizzate anche da politiche dettate da Paesi che sono grandi inquinatori e interessi economici da parte di lobby industriali coinvolte nella produzione di combustibili o di alimenti. Per navigare queste difficoltà, la presenza di una forte determinazione e coesione sociale sarà fondamentale.
Siamo la prima generazione a capire appieno il cambiamento climatico e i suoi effetti, la prima che può rendere questi effetti irreversibili e l’ultima che può salvare il pianeta.
Bibliografia
1.Trisos CH, Merow C, Pigot AL. The projected timing of abrupt ecological disruption from climate change. Nature 2020;580(7804):496-501.
2.Steffen W, Persson Å, Deutsch L, et al. The anthropocene: From global change to planetary stewardship. Ambio 2011;40(7):739-61.
3.United Nations Environment Programme. Emissions Gap Report 2020. Nairobi 2020. https://www.unep.org/emissions-gap-report-2020
4.Italian Institute for Planetary Health. Il cambiamento climatico in Italia: L’impatto sulla salute umana e i processi di adattamento. 22 luglio 2022. https://assets-global.website-files.com/5eea2efbaac9091a52bc9645/62da8fb383203615a91fd16b_Report%20Def%20WEB.pdf