SALUTE PLANETARIA
Riflessioni per un futuro sostenibile
A cura di Federico Serra
Capitolo 14
Ageismo e salute globale
Daniela Sbrollini, Senatrice, Vicepresidente 10a Commissione permanente del Senato (Affari sociali, sanità, lavoro pubblico e privato, previdenza sociale)
Il 18 marzo 2021 è stato pubblicato il Global report on ageism, documento lanciato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, dal Dipartimento degli Affari Economici e Sociali delle Nazioni Unite e dal Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione, che indica quale strada dover percorrere. La lotta contro l’ageismo è una delle quattro aree d’azione del “Decennio delle Nazioni Unite dell’Invecchiamento in Buona Salute” (2021-2030), ma bisogna cambiare il modo in cui pensiamo, sentiamo e agiamo nei confronti dell’età e dell’invecchiamento. È un prerequisito per un’azione efficace sull’invecchiamento in buona salute e per compiere progressi nelle altre tre aree d’azione del Decennio dell’Invecchiamento in Buona Salute: sviluppare comunità che promuovano le capacità degli anziani, fornire assistenza integrata incentrata sulla persona e servizi sanitari di base che rispondano alle esigenze degli anziani, e fornire assistenza a lungo termine alle persone anziane che ne hanno bisogno.
Nella pandemia di COVID-19 è stata evidenziata la vulnerabilità delle persone anziane. La pandemia non solo ha tolto la vita a molte persone anziane, ma ha anche messo in luce l’ageismo in diversi contesti, per esempio la discriminazione nell’accesso all’assistenza sanitaria, la protezione inadeguata degli anziani nelle case di cura e della salute mentale dei giovani, e le rappresentazioni stereotipate dei media che mettono le generazioni l’una contro l’altra.
Il consenso sul significato dell’ageismo è rimasto elusivo e non ci sono prove sufficienti sull’argomento: per questo va ampliato il dibattito. Il Global report on ageism, a cui hanno contribuito esperti, offre una definizione chiara e ampiamente supportata di ageismo come stereotipi, pregiudizi e discriminazioni diretti verso le persone sulla base della loro età. Il rapporto evidenzia che l’ageismo può essere istituzionale, interpersonale o autodiretto e riassume le migliori prove sulla scala, gli impatti e i determinanti dell’ageismo sia contro le persone anziane sia contro quelle più giovani, e le strategie più efficaci per affrontare l’ageismo.
L’ageismo è un importante determinante sociale della salute che è stato in gran parte trascurato fino a ora. Sappiamo che i determinanti sociali della salute sono i fattori non medici che influenzano i risultati di salute e includono le condizioni in cui le persone nascono, crescono e vivono, e il più ampio insieme di forze e sistemi che modellano le condizioni della vita quotidiana.
Come tutte le forme di discriminazione, l’ageismo genera divisioni e gerarchie nella società e influenza la posizione sociale in base all’età. L’ageismo provoca stigma, isolamento, svantaggi e ingiustizie, tra cui disuguaglianze sanitarie basate sull’età e risultati sanitari peggiori.
A livello globale, l’ageismo colpisce miliardi di persone: almeno 1 persona su 2 ha atteggiamenti ageisti nei confronti degli anziani con tassi molto più alti nei Paesi a basso reddito. In Europa, l’unica regione per la quale sono disponibili dati sull’ageismo per tutte le fasce d’età, 1 persona su 3 ha sperimentato l’ageismo, con tassi più alti tra i giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni.
Un punto di forza del Global report on ageism è la solida base di prove a cui si basa, tra le quali una serie di revisioni sistematiche. Tuttavia, data la limitata disponibilità di prove su tutti gli aspetti dell’ageismo e su come ridurlo, due limitazioni che notiamo nel rapporto sono la sua attenzione sproporzionata ai Paesi ad alto reddito e all’ageismo contro le persone più anziane piuttosto che a quelle più giovani.
L’ageismo ha un impatto su tutti gli aspetti della salute delle persone anziane; per esempio, accorcia la durata della vita, peggiora la loro salute fisica e mentale, ostacola il recupero dalla disabilità e accelera il declino cognitivo. L’ageismo aggrava anche l’isolamento sociale e la solitudine, e riduce l’accesso all’occupazione, all’istruzione e all’assistenza sanitaria, tutti fattori che hanno un impatto sulla salute.
Come mostra il rapporto, l’ageismo rappresenta un pesante onere economico per gli individui e la società, anche in termini di costi sanitari. Ogni anno, l’ageismo rappresenta 1 dollaro ogni 7 dollari – o 63 miliardi di dollari – spesi negli Stati Uniti per l’assistenza sanitaria per le otto condizioni con i più alti costi sanitari tra le persone di età pari o superiore a 60 anni.
Sono tutti dati che devono far riflettere e che richiamano a un’azione sinergica sul tema anche nel nostro Paese, dove i dati Istat ci ricordano che gli over 65 rappresentano quasi un quarto della popolazione totale, che l’80% dei grandi anziani sono donne e che al 1° gennaio 2023 il numero degli ultracentenari raggiunge i massimi livelli storici con 22.000 persone, oltre 2.000 in più rispetto all’anno precedente.
La previsione è che nel 2041 gli ultraottantenni supereranno i 6 milioni e gli ultranovantenni saranno circa 1,4 milioni. Si tratta di una situazione demografica che, secondo l’Istat, mette a rischio la sostenibilità del sistema Paese.
Bisogna allora puntare a strategie efficaci per ridurre l’ageismo, quali politica e leggi apposite, istruzione e interventi di contatto intergenerazionale. La politica e la legge possono affrontare la discriminazione e la disuguaglianza sulla base dell’età e proteggere i diritti umani. Gli interventi educativi a tutti i livelli di istruzione possono correggere idee sbagliate, fornire informazioni accurate e contrastare gli stereotipi. Gli interventi di contatto intergenerazionale sono tra gli interventi che funzionano meglio per ridurre l’ageismo nei confronti delle persone anziane e potrebbero anche avere un ruolo nella lotta contro l’ageismo nei confronti dei più giovani.
Il Global report on ageism formula tre raccomandazioni per azioni concrete che tutte le parti interessate possono intraprendere per combattere l’ageismo. In primo luogo, investire in strategie efficaci per prevenire e rispondere all’ageismo. In secondo luogo, finanziare e migliorare i dati e la ricerca per comprendere meglio l’ageismo e saperlo affrontare. In terzo luogo, costruire un movimento per cambiare la narrazione sull’età e sull’invecchiamento. La promessa del Decennio dell’Invecchiamento in Buona Salute può essere pienamente realizzata solo se l’ageismo viene riconosciuto come un determinante sociale della salute e affrontato.
Un tema quello dell’invecchiamento su cui il Servizio Sanitario Nazionale non investe abbastanza risorse. Gli anziani sono troppo spesso considerati un “costo” per la sanità pubblica, per ricevere cure adeguate, per essere inclusi negli studi clinici per la sperimentazione di farmaci di cui sono i primi poi a farne uso e a trarne benefici. Un atteggiamento culturalmente, socialmente e scientificamente non accettabile, frutto di ignoranza e stigma sociale e istituzionale, che finisce per discriminare le persone sulla base dell’età, che finisce per influire sulle scelte delle politiche sociosanitarie e che influenza anche sulla percezione negativa del proprio invecchiamento inducendo la stessa persona anziana a rinunciare all’aderenza alle terapie, a screening, a stili di vita di invecchiamento attivi, con gravi effetti sulla salute.
Dobbiamo investire sugli anziani, come risorsa e non come “peso” e “costo”, e promuovere a livello istituzionale leggi, norme sociali e politiche pubbliche, per creare opportunità ed eliminare quegli svantaggi per gli individui a causa della loro età.
Bisogna che la società incrementi e dia forza a livello relazionale alla dimensione del rapporto, del dialogo e della percezione del ruolo che gli anziani svolgono in una comunità, aumentando l’autostima, la fiducia, la propensione ad aprirsi e allo stare al mondo e fare parte dello stesso in maniera proattiva. Bisogna superare il digital divide, che può colpire duramente le persone anziane e creare discriminazioni e isolamento.
Serve, inoltre, promuovere il dialogo intergenerazionale come risorsa e prassi, consapevoli che i dati ci indicano come il 74% degli over 65 del nostro Paese aiuta economicamente figli e nipoti e il 37% fa volontariato. Gli anziani sono un soggetto fondamentale nel welfare familiare e una componente attiva e propensa a partecipare alla vita sociale: a fronte dell’invecchiamento della popolazione, un sistema sanitario che sappia far fronte alle cronicità, migliorando soprattutto la qualità della vita delle persone, consente alla popolazione anziana di esercitare il proprio desiderio di partecipazione. E quello di dare il proprio contributo alla comunità, che di fatto è essenziale: l’85% dei giovani giudica importante il sostegno fornito dagli anziani nella vita quotidiana.
Bisogna ricostruire le reti di prossimità nelle città e affrontare l’invecchiamento nelle aree interne marginali, realizzando città che siano luoghi di incontro e di benessere, delle health city in cui si possa praticare movimento e attività fisica, che facilitino le relazioni e allo stesso tempo i sani stili di vita.