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SALUTE PLANETARIA

Riflessioni per un futuro sostenibile

A cura di Federico Serra

Capitolo 12

Salute planetaria e disequità sociali

Paolo Ciani, Deputato, Segretario della XII Commissione permanente della Camera dei Deputati (Affari sociali), Presidente Intergruppo Parlamentare sulle Allergie Respiratorie

La pandemia da COVID-19 ha esposto in modo drammatico l’interconnessione globale, rivelando la stretta relazione tra la salute umana e l’ecosistema, nonché le disuguaglianze e i limiti dell’attuale governance sanitaria internazionale. È evidente che la “salute globale” richiede un approccio interdisciplinare che consideri l’interazione tra la globalizzazione e i determinanti della salute. La frammentazione dei sistemi sanitari nazionali all’interno dell’Unione europea ha rappresentato un significativo ostacolo nella gestione della crisi pandemica, evidenziando l’urgenza di una maggiore armonizzazione delle politiche sanitarie a livello europeo. La salute globale, spesso affrontata con superficialità, deve essere invece considerata attraverso un’ottica integrata che studi le interazioni tra salute, ecosistema e trasformazioni ambientali. Questo approccio sistemico, noto come One Health, deve guidare le nostre strategie politiche e sanitarie.

Non sfuggirà che le sfide odierne più urgenti sono legate al grande tema delle migrazioni a cui è sicuramente legata la questione che qui rileva della salute dei migranti, soprattutto qualora le migrazioni siano indotte dai cambiamenti climatici. Le interconnessioni tra cambiamento climatico, migrazione e salute costituiscono un triplice nesso che deve essere analizzato in profondità. Il cambiamento climatico è sempre più riconosciuto come un fattore determinante di migrazione e sfollamento, influenzando la salute globale e sollevando questioni cruciali di giustizia e sicurezza. Le stime indicano che, entro il 2070, le aree estremamente calde potrebbero coprire il 20% del pianeta, costringendo un terzo dell’umanità a vivere in condizioni inabitabili. Gli effetti del cambiamento climatico, come l’innalzamento del livello del mare, ondate di calore, tempeste e siccità, continueranno a spingere milioni di persone a migrare. Secondo il rapporto della Banca Mondiale del 2018 “Groundswell”, entro il 2050, da 30 a 143 milioni di persone potrebbero essere costrette a migrare a causa del cambiamento climatico. Questo numero potrebbe superare i 200 milioni entro il 2100 se non si adotteranno misure efficaci per ridurre le emissioni di gas serra e supportare i Paesi più vulnerabili.

La migrazione forzata a causa del cambiamento climatico è un fenomeno in rapida crescita. Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (United Nations High Commissioner for Refugees, UNHCR), entro il 2050, fino a 200 milioni di persone potrebbero essere costrette a lasciare le loro case a causa di eventi climatici estremi. Questo fenomeno pone enormi sfide ai sistemi sanitari e sociali dei Paesi di destinazione, spesso già sotto pressione. The New York Times ha riferito che 40,5 milioni di persone in tutto il pianeta sono state sfollate nel 2020, il numero più alto degli ultimi 10 anni, principalmente a causa degli impatti climatici. Entro il 2035, si prevede un aumento significativo della frequenza dei principali uragani e l’innalzamento del livello del mare potrebbe sommergere milioni di abitazioni. Le maree più alte influenzeranno la vita di 150 milioni di persone entro il 2050, e fino a 480 milioni entro il 2100. Questi cambiamenti climatici minacciano la sicurezza alimentare, aggravano le crisi umanitarie e favoriscono l’emergere di nuovi conflitti per le risorse.

La migrazione climatica può migliorare la sicurezza umana e rappresentare una forma di adattamento per le popolazioni in cerca di condizioni migliori. Tuttavia, molte regioni di accoglienza nei Paesi in via di sviluppo non dispongono delle risorse necessarie per garantire la salute pubblica, aumentando i rischi di disabilità, morbilità e mortalità. Le migrazioni, già una realtà complessa e multifattoriale, stanno diventando un tema centrale nel dibattito politico internazionale. Le comunità di accoglienza devono essere pronte a fornire supporto adeguato ai nuovi arrivati, garantendo accesso a cure sanitarie di qualità, servizi sociali e opportunità economiche. La mancanza di risposte adeguate non solo compromette la salute dei migranti ma minaccia anche la stabilità sociale e la coesione delle società ospitanti.

Per affrontare queste sfide, è essenziale un impegno politico deciso e coordinato a livello internazionale. I leader politici nazionali ed europei devono riconoscere la migrazione climatica come una priorità globale, adottando politiche che promuovano la resilienza e l’adattamento ai cambiamenti climatici. Gli investimenti in infrastrutture sostenibili, l’implementazione di sistemi sanitari resilienti e l’adozione di pratiche agricole sostenibili sono solo alcune delle misure necessarie per mitigare gli effetti del cambiamento climatico e ridurre la necessità di migrazione forzata. Inoltre, è fondamentale sviluppare strategie di accoglienza inclusive che prevedano programmi di integrazione sociale ed economica per i migranti. L’Unione europea deve giocare un ruolo di primo piano, promuovendo la cooperazione tra gli Stati membri e sostenendo i Paesi più vulnerabili attraverso finanziamenti e supporto tecnico.

Solo attraverso una visione comune di salute planetaria possiamo costruire un mondo in cui il benessere umano e della nostra “Casa comune” tornino a essere una priorità, e trasformare le crisi in nuove opportunità. La solidarietà e la responsabilità collettiva sono le chiavi per affrontare le grandi sfide del nostro tempo, garantendo il benessere umano e la salute del nostro pianeta. Investire nella salute del nostro pianeta significa investire nella stabilità e nella sicurezza globale, garantendo un futuro più equo e sostenibile per tutti. È chiaro che non possiamo più ignorare l’intrinseca connessione tra la salute, i cambiamenti climatici e i fenomeni migratori. Senza un quadro di riferimento che colleghi le tre questioni, è probabile che le relative agende di ricerca si espandano in direzioni diverse e che le risposte politiche si sviluppino in modo incoerente.

Infatti, il cambiamento climatico non solo rappresenta una minaccia ambientale, ma acuisce anche le disuguaglianze sociali. Negli ultimi anni, l’aumento dei fenomeni climatici estremi ha intensificato i flussi migratori verso le città, portando a un rapido incremento dell’urbanizzazione e all’espansione delle periferie cittadine. Queste aree urbane, spesso caratterizzate da infrastrutture inadeguate e servizi limitati, diventano epicentri di fragilità sociale e sanitaria. La crisi climatica può e deve essere affrontata riorganizzando le periferie urbane, promuovendo politiche che non solo riducano le disuguaglianze sociali, ma anche che creino città più sostenibili e resilienti. Migliorare le condizioni di vita nelle periferie attraverso investimenti in infrastrutture verdi, accesso a servizi sanitari di qualità e sviluppo di spazi pubblici può favorire l’integrazione sociale e ridurre l’impatto negativo della migrazione climatica.

“Disequità” è un termine che racchiude un’idea di ingiustizia, di situazione che è possibile evitare. È fondamentale affrontare le radici delle disuguaglianze sociali e implementare politiche che mirino a eradicare queste ingiustizie. L’integrazione dei principi della salute planetaria nelle politiche pubbliche può svolgere un ruolo cruciale nella riduzione delle disuguaglianze di salute. Per esempio, l’adozione di misure per migliorare l’accesso all’acqua potabile e alle risorse alimentari nelle aree colpite da cambiamenti climatici può avere un impatto significativo sulla salute delle popolazioni vulnerabili. Politiche che promuovono l’uso di energie rinnovabili e la riduzione delle emissioni di gas serra possono anche contribuire a migliorare la qualità dell’aria e ridurre le malattie respiratorie, spesso prevalenti tra le comunità svantaggiate. Esistono esempi di successo in varie parti del mondo dove l’integrazione di politiche di salute planetaria ha portato a miglioramenti tangibili nelle condizioni di vita delle popolazioni più vulnerabili.

L’accesso a infrastrutture verdi e spazi pubblici nelle aree urbane può influenzare positivamente la salute planetaria: parchi, giardini e aree verdi urbane non solo migliorano la qualità dell’aria e riducono le temperature urbane, ma offrono anche spazi per l’attività fisica e la socializzazione, contribuendo al benessere mentale e fisico delle comunità. La creazione di spazi pubblici inclusivi e accessibili può favorire l’integrazione sociale e ridurre il senso di isolamento, spesso sperimentato dalle popolazioni migranti e svantaggiate. In questo contesto, è essenziale che le politiche urbane adottino un approccio partecipativo, coinvolgendo le comunità locali nel processo decisionale per garantire che le soluzioni implementate rispondano realmente ai bisogni e alle aspirazioni delle persone.

Per affrontare queste sfide siamo chiamati a adottare politiche integrate e coordinate che partano dal supporto verso le comunità più fragili e vulnerabili, per garantire la salute e la sicurezza di tutti. La sfida è grande, ma le opportunità per creare un mondo più sano, sicuro e giusto sono a portata di mano.